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Articolo inserito in data 13/08/2011 19:01:47
Alpi Centrali
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Gruppo dell'Ortles-Cevedale (Sondrio - Bolzano) - GRAN ZEBRU' (3851m)

Negli ultimi 15 anni sono salito su quasi 500 cime ritenute generalmente più o meno importanti, un centinaio delle quali supera i 3000 metri d'altezza. Ho alcune relazioni che attendono di essere sistemate e pubblicate, molti commenti e appunti con tempi di percorrenza e dislivelli, e infiniti ricordi. Ora per vari motivi mi sto muovendo meno, cercherò quindi di sfruttare le ore disponibili per creare schede relative a queste montagne spesso ignorate dagli alpinisti perché sconosciute, troppo facili, e dagli escursionisti perché prive di sentieri, troppo complesse.

GRUPPO DELL'ORTLES-CEVEDALE: GRAN ZEBRU' (KONIGS-SPITZE) (3851m), lungo la via Normale (Spalla e cresta SE)

E' una piramide di roccia e ghiaccio esteticamente splendida, di notevole interesse alpinistico e piuttosto frequentata; da dovunque la si guardi è maestosa, elegante e non esistono itinerari semplici per raggiungerne la cima.
La grandiosa parete nord è alta oltre 600 metri e ha un'inclinazione che a tratti supera significativamente i 60°; vi sono tracciate varie vie molto complesse (da D a TD+ con delicati passaggi fino al IV) ed è caratterizzata dalla presenza della "meringa", una specie di ghiacciaio pensile, un'immensa cornice alta e lunga un centinaio di metri creata dall'accumulo di neve portata dai venti che spirano da sud, e che ogni 40/50 anni, troppo appesantita, crolla rovinosamente (l'ultima volta successe nel 2001, un evento naturale di impressionante potenza che lasciò sulla parete e nella vedretta sottostante inequivocabili segni di distruzione... precipitarono blocchi di ghiaccio grandi come case, capaci di sbriciolare anche la roccia che incontrarono sulla propria traiettoria).
La parete sud è imponente, un poderoso muro di roccia; un paio di vie (D/D- con passaggi fino al IV) sfruttano la cresta NW, mentre quella SE, dalla Spalla verso la cima, è percorsa dalla via Normale (PD, con inclinazione fino a 50°).

Vedere per la prima volta questa montagna, fra le più belle delle Alpi, crea un cumulo di sensazioni che vanno dall'ammirazione incondizionata al disagio... a me accadde fra l'altro in condizioni particolari.
Ero in vacanza a Bormio da pochi giorni e avevo potuto solo studiare sulla carta qualche itinerario perché mai mi era capitato di passare in precedenza dalla Valtellina. Incontrai Dario, la forte guida alpina, il prezioso amico conosciuto ad Edolo l'anno prima e col quale già avevo compiuto qualche ascensione; mi chiese quale fossero i miei programmi e non seppi cosa rispondere, allora mi propose la Normale del Gran Zebrù... neppure sapevo di cosa stesse parlando, così accettai!

Partimmo un pomeriggio sul tardi e arrivammo a Santa Caterina Valfurva, poi ci dirigemmo verso la valle di Cedec e nello spazioso parcheggio nei pressi dell'albergo Ghiacciaio dei Forni lasciammo l'auto. Ci incamminammo sulla pista sterrata che risale in direzione nord la valle per raggiungere il rifugio Pizzini-Frattola (2700m) in cui avremmo pernottato. Attorno avevo montagne belle, alte, tutte interessanti, ma improvvisamente mi apparve di fronte qualcosa di incredibile, spettacolare: un'immensa, stupenda piramide chiudeva a nord la valle e pareva crescere di dimensione ad ogni nostro passo, si ergeva sulle cime vicine che al contrario sembravano ridursi al suo cospetto mentre calava la distanza che da esse ci separava. Restai ipnotizzato per qualche minuto, poi chiesi a Dario, che procedeva pochi metri davanti a me pensieroso:
"Dio mio, ma cos'è quella meraviglia? Riuscirò un giorno a salire su una montagna simile?"
Ridacchiò, la indicò e rispose:
"Parli di quella? Sì, ci salirai un giorno, molto prima di quanto credi..."
Era il Gran Zebrù!

Dopo cena, al rifugio (1h 30' di cammino e 570 metri di dislivello), manifestai qualche dubbio sulle mie capacità, ma Dario, con la tranquillità contagiosa che sempre lo contraddistingue, disse che non avrei avuto problemi, e in ogni caso ci avremmo pensato il giorno dopo. Come spesso in questi casi mi succedeva non riuscii a dormire.

Non è una salita particolarmente lunga, ma il mio esperto compagno decise di partire presto la mattina in quanto riteneva fondamentale poter fare affidamento sulla consistenza della neve nei ripidi pendii che avremmo affrontato.
L'itinerario è facile da individuare perché quasi sempre risulta battuto e soprattutto perché non esistono alternative. Da sud si nota all'estrema destra quello che pare un canale di ghiaccio e arriva nei pressi dell'evidente Spalla; si tratta in realtà di uno scivolo ripido e abbastanza infido che occorre risalire interamente. Per raggiungerne la base ci si dirige dal rifugio verso nord fino a toccare il ramo occidentale della vedretta del Gran Zebrù, quasi in piano si prosegue su questo mantenendo la direzione, quindi si tende a destra e superando un tratto a maggiore pendenza ci si porta all'attacco del pendio.
Problema 1: il ghiacciaio è molto crepacciato;
problema 2: il "finto" canale ha una pendenza che tocca i 50° e tutto ciò che dall'alto decide di precipitare passa da lì.

Durante la salita verso la Spalla scansai un paio di grosse pietre che rotolando mi sfiorarono e non riuscii a capire da dove provenissero, neppure se fossero state smosse dagli alpinisti della cordata che ci stava precedendo. In ogni caso mi parvero chiare alcune cose: con accumuli o neve non consolidata a quote maggiori quello non è un bel posto in cui passare, e non lo è con alte temperature, e non lo è a fine stagione, su ghiaccio vivo, e non lo è con colleghi in movimento sopra di noi...
Giunti nei pressi della Spalla si può solo tendere a sinistra e affrontare logicamente il pendio (40°) che porta fin sotto alla cima, sul quale sono possibili alcune insidie":
problema 3: eventuale distacco di uno strato di neve, che senza scampo trascinerebbe una cordata fino a farla precipitare negli immensi baratri sottostanti... ovunque sottostanti (è purtroppo già successo, e rimasero coinvolte anche persone molto esperte);
problema 4: stagione troppo avanzata e conseguente presenza di superfici ghiacciate, con aumento esponenziale della difficoltà e della pericolosità della via ("partendo" su simili pendii non c'è alcuna possibilità di cavarsela);
problema 5: alzandosi il vento, avvenimento non raro quassù, tutto si complica.
In parole povere la via non è difficile, ma non consente errori: è di assoluta importanza scegliere il giusto periodo per l'ascensione, effettuarla in condizioni meteorologiche adatte e stabili, valutare la presenza e la consistenza della neve. Procedere di conserva permette di avanzare più rapidamente, ma su questi pendii non sempre è possibile farlo in ogni tratto con sufficiente sicurezza.

In alto si tende un poco a destra per evitare di avvicinarsi troppo alla parete sud, quindi per facili roccette e una crestina nevosa si piega a sinistra e increduli si tocca la grande croce sulla cima (dal rifugio: 3h 30', 1150m di dislivello, difficoltà PD... in condizioni ottimali).

Eravamo seduti in vetta al Gran Zebrù da qualche minuto, curiosamente soli (la cordata che ci aveva preceduto era sulla via del ritorno, e quella che ci seguiva ancora distante), quando credemmo di sentire delle voci; interrompemmo le chiacchiere alimentate dalla mia eccitazione e ascoltammo con attenzione. Il mistero fu svelato quando apparvero sulla cresta sommitale, appena ad ovest rispetto a noi, due ragazzi: erano molto giovani, a prima vista fisicamente e tecnicamente piuttosto dotati e, come avremmo capito poco dopo, particolarmente simpatici ed esuberanti. Si presentarono: provenivano dalla valle di Solda e avevano appena affrontato una via nella parete nord. Erano come noi partiti la sera precedente, ma avevano trovato chiuso il rifugio dove speravano di mangiare qualcosa e riposarsi, provato quindi a dormicchiare un paio d'ore nel locale d'emergenza; non riuscendo a prendere sonno e stanchi d'aspettare inutilmente si erano poi diretti in piena notte verso la parete sconosciuta e l'avevano attaccata in anticipo sul loro programma... neppure erano certi di quale via avessero risalito confidando a lungo solo sulla flebile luce di un paio di "frontali", in un labirinto verticale di roccia e ghiaccio... comunque in cima erano arrivati e, porgendomi un "rustico" apparecchio, mi chiesero di fargli una foto per ricordo. Ci salutarono e ripartirono scendendo lungo la Normale, muovendosi agilmente come se si fossero appena alzati dal tavolo della colazione, dopo una comoda dormita di 8 ore almeno!
"Ma... erano esseri umani?", chiesi a Dario stupefatto.
"Sì, in queste valli sono tanti i ragazzi realmente forti che vanno in montagna. Se insistono fra qualche anno sentiremo parlare delle loro imprese, tuttavia non devono esagerare, non devono compromettere il giusto equilibrio fra entusiasmo, determinazione, fiducia in se stessi e prudenza, quest'ultima basata su capacità e volontà di valutare il rischio. Oggi gli sono bastate la considerevole esperienza e la quasi inesauribile energia dei ventenni allenati... sono stati bravissimi, ma anche fortunati, e forse un po' sconsiderati".

Un'ultima occhiata al vastissimo panorama circolare (da lassù si apprezzano milioni di cime alpine, il poderoso Ortles, soprattutto, e quelle che vanno dal Cevedale al San Matteo e al Tresero, e le Dolomiti, la Presanella, l'Adamello, il Bernina...), quindi ci muovemmo a ritroso sul percorso dell'andata. Rientrammo velocemente su una neve che alle 10 del mattino era già "marcia"; giunti sulla vedretta del Gran Zebrù Dario mi domandò se mi interessasse imparare alcune manovre utili per mettere in sicura un compagno caduto in un crepaccio e alla mia risposta affermativa si guardò attorno cercando nel ghiaccio qualcosa che allora io non potevo vedere, boffonchiando:
"Per rendere il tutto chiaro e credibile servirebbe... ecco...", uscì dalla traccia battuta, fece pochi passi e con la piccozza bruscamente colpì un paio di volte la superficie che... precipitò nelle tenebre!
Osservai il crepaccio trasversale, profondo, affascinante e orribile, la sottile copertura nevosa che lo nascondeva e soprattutto la sua direzione che inequivocabilmente incrociava dopo qualche metro la traccia seguita dalle cordate:
"Scusami, Dario, ma il ponte di neve è così sottile e fragile anche lì, dove siamo passati noi, dove passano tutti?"
"Certo, pochi giorni e crollerà, sempre che non torni a nevicare e non si abbassino le temperature".
"Ancora una domanda prima di iniziare la lezione: noi siamo legati e procediamo alla giusta distanza l'un dall'altro, ma gli alpinisti che ci precedevano, quelli che forse hanno provocato la scarica di sassi, sono certo che qui non stessero usando la corda... come è possibile che ignorassero il pericolo al quale si stavano esponendo?"
"Hai idea di quanti incidenti avvengono in montagna ogni anno?" rispose con la solita pacatezza e un velo di malinconia negli occhi, ma anche di indignata delusione, "tempo fa avevo l'abitudine di dare consigli a chi incontravo slegato su superfici di questo tipo, o a chi stava compiendo altri evidenti errori, poi ho smesso perché nel migliore dei casi mi compativano, in altri rispondevano seccati, a volte con tono arrogante e offensivo. Di certo sono più gentili, se ancora vivi, quando li andiamo a ripescare in fondo a un crepaccio..."

Finchè l'ho frequentato, ma credo tuttora, Dario ha fatto parte del Soccorso Alpino, era uno di quegli eroici "pazzi" che attaccati al verricello di un elicottero mettono in gioco la propria vita per aiutare gli altri. Un giorno mi confidò la cosa che più temeva: "già è tristissimo raggiungere qualcuno e capire che è morto... tremo al pensiero di voltarlo e accorgermi che si tratta di un mio amico..."
Ho imparato molto nelle tante ore passate su ghiacciai, pareti e creste di roccia con questo genuino uomo di montagna.

"Vedretta dei Forni e cime che la delimitano a sud (dalla valle di Cedec, andando verso il rifugio Pizzini-Frattola)"

 

"Vedretta del Pasquale e monte Pasquale (dalla valle di Cedec, andando verso il rifugio Pizzini-Frattola)"

 

"Gran Zebrù, la prima volta che, improvvisamente, mi apparve... (dalla valle di Cedec, andando verso il rifugio Pizzini-Frattola)"

 

"Gran Zebrù (a destra si notano il "canalino" ghiacciato e la Spalla, e da questa verso la cima il pendio risalito dalla via Normale (dal rifugio Pizzini-Frattola)"

 

"Gran Zebrù e ramo occidentale della vedretta del Gran Zebrù, salendo lungo la via Normale"

 

"Ramo occidentale della vedretta del Gran Zebrù, salendo lungo la via Normale del Gran Zebrù"

 

"Gran Zebrù: parete sud (in alto, 7/800 metri sopra di noi, si nota la croce posta nei pressi della cima) (dal ramo occidentale della vedretta del Gran Zebrù)"

 

"Vedretta del Gran Zebrù nei pressi del "canalino", salendo lungo la via Normale del Gran Zebrù"

 

"Gran Zebrù: pendio glaciale con la via Normale"

 

"Monte Cevedale (a destra: monte Pasquale), salendo lungo la via Normale del Gran Zebrù"

 

"Foto simile alla precedente, scattata 3 ore dopo, scendendo"

 

"Gran Zebrù: pendio glaciale con la via Normale, salendo verso la cresta sommitale"

 

"Gran Zebrù: pendio glaciale con la via Normale, salendo verso la cresta sommitale"

 

"Gran Zebrù: cresta sommitale con la via Normale (dai pressi della cima)"

 

"Sulla cresta sommitale del Gran Zebrù... quasi in cima!"

 

"Dario nei pressi della cima del Gran Zebrù"

 

"... in cima... in posa..."

 

"Cime dal palon de la Mare alla punta San Matteo e al pizzo Tresero, e vedretta dei Forni (dalla cima del Gran Zebrù)"

 

"Vedretta del Gran Zebrù: crepaccio "aperto" con due colpi di piccozza (in alto si nota il sottile strato di neve che formava, più che un ponte, una subdola trappola)"

 

"In cammino verso il Gran Zebrù, nella valle di Cedec"

 

"Gran Zebrù dopo una nevicata estiva (da q.3000 a monte del rifugio V Alpini, nell'alta val Zebrù)"

 

"Gran Zebrù e vedretta del Gran Zebrù (dai pressi del passo del Cevedale)"

 

"Gran Zebrù e Ortles, salendo verso la cima del monte Cevedale (si notano l'intero pendio e la cresta sommitale percorse dalla via Normale del Gran Zebrù)"

 

"Gran Zebrù e monte Cevedale (dalla cima del palon de la Mare)"

Alcune foto sono di Dario Albertoni, guida alpina di Edolo (Brescia)

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