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Articolo inserito in data 24/11/2008 16:54:04
Grotta di Monte Cucco
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GROTTA DI MONTE CUCCO: dal pozzo del Nibbio alla sala Margherita

Grotta di Monte Cucco (Perugia): seconda puntata

Pozzo del Nibbio - galleria Sigillo - galleria dei Laghetti - pozzo Terni - sala Margherita - ingressi bassi

29/10/2006

 - Il sogno

Credo che dentro al Cucco non si possa andare.
A dire la verità neppure lo so con certezza; sono troppe le polemiche, le voci, le minacce che si moltiplicano, si quietano, tornano e aumentano d'intensità, da anni incombono come oscure nubi estive sull'alpinista che si accinge ad attaccare una difficile cresta esposta, tali e tante da farmi rinunciare all'idea di andare là sotto.
Ci sono decine di chilometri di gallerie, di pozzi esageratamente profondi, e sale immense, e concrezioni, e laghetti, e ci sono prospettive esplorative, labirinti da ripercorrere con attenzione, salti da studiare, spazi enormi da rivedere... pazienza!

In fondo esistono altri modi per viaggiare: basta un alito di fantasia, una serata davanti ad uno scoppiettante camino, la nebbia fuori che attenua i rumori, il proprio cane vicino che si appisola conquistando spazio sul divano, una canna... no, quella no, si incorre in una denuncia quasi solo a parlarne, è dannoso per la comunità come entrare nel Cucco... se rinasco cambierò hobby, rapinerò le banche, o trufferò chi risparmia, chi lavora, così rischierò meno in questo curioso paese... un paio di bicchieri di vino, dicevo, gli occhi chiusi e un pensiero lasciato correre, che piano piano si confonde e diventa sogno, e come tale torna a riproporre immagini nitide, seppure circondate da un alone che ne altera i contorni.

Eccomi al parcheggio di pian di Monte, a sud del monte Cucco; vi sono arrivato salendo da Sigillo e tenendomi a sinistra ad un bivio in alto, poco oltre quota 1000.
In un attimo mi sono cambiato e sotto un piacevolissimo sole ho messo in spalla un grande sacco pieno che non pesa nulla... è un sogno, non è necessario far fatica!
Guardo lontano e sorrido, sono felice perchè scelgo io ogni particolare, è tutto finto e nessuno può fermarmi. Mi volto per ammirare la mia splendida, biondissima, disponibile compagna e... vedo Francesco che si incammina... non capisco: va bene che è un amico, va bene che quando si parla di donne c'è sempre, ma che ci fa qui, ora, al posto della mia prosperosa fanciulla, peloso, sbuffante e carico come un mulo? Bah, misteri dell'attività onirica.

Attraversiamo il prato puntando la spoglia cima, quindi seguiamo la carrareccia che piega a destra (è quella che finisce per tagliare il versante est del monte portando all'ingresso turistico); la lasciamo subito per deviare nel sentiero che sale a sinistra nel bosco.
Poco sopra ci inerpichiamo sulla ripida costa che punta decisa a sinistra (ovest, traccia evidente), poi deviamo verso nord e raggiungiamo la vetta del Cucco (1 ora, camminando tranquillamente).
Dall'"ometto" che identifica il punto più alto del crinale sommitale miriamo ad est, verso le Marche: circa 50 metri più in basso, appena a sinistra, notiamo la caratteristica crestina secondaria con piccole guglie rocciose sotto le quali si apre l'ingresso.

Tutto facile, e non potrebbe essere altrimenti qui, semi-appisolato al caldo; ancora un ciocco nel camino, uno sbadiglio, una stirata e un bicchiere di Sagrantino...
Volendo evitare di toccare la cima è possibile tagliare in anticipo verso nord mantenendo più o meno la quota che permette di rasentare l'orlo superiore di un bosco; superati un paio di dossi si avvista la crestina con le guglie... decidete ben voi quale opzione scegliere.

Osservo il cielo un'ultima volta ed entro nel basso pertugio, striscio, ma subito mi fermo sul terrazzino in cima al pozzo del Nibbio: se realmente fossi qui userei un paio di corde da 60 metri per armarlo, sarei costretto a esibirmi in una decina di frazionamenti, in un fastidioso traverso quasi orizzontale a una quarantina di metri d'altezza, starei molto attento alle possibile caduta di pietre e ringrazierei il cielo di aver portato con me qualche piastrina, per metterne una, ad esempio, nell'attacco principale, ma sono al sicuro nella mia taverna, tranquillo, quindi mi basta grattare la schiena del mio cane, che mugola di piacere, e richiudere gli occhi per toccare magicamente la base del pozzo.

A destra, appena più in alto, una cavernetta protegge un limpidissimo laghetto; a sinistra scende la galleria concrezionata che seguiamo.
Curioso ora questo passaggio: il pavimento è scomparso, sprofondato nel pozzo dello Sturbo, e per procedere occorre affidarsi alla corda fissa dall'età imprecisata che vedo a sinistra legata ad attacchi inquietanti: va bene che serve solo come sicura (!?!) e non è necessario appendersi, va bene che le prese paiono solide, va bene che questo nient'altro è che un sogno, ma il salto sotto i piedi è piuttosto alto, verticale, e il traverso relativamente lungo, per cui mi sa che la prossima volta porterò una 20/25 metri per "doppiare" il vecchio rudere... si dice che di prudenza non sia mai morto nessuno!

Mi hanno raccontato che la parte alta della grotta, escluso il Nibbio, è dotata di corde fisse: perchè allora sono affacciato su una piccola verticale che non si affronta in libera, e qualche metro oltre si apre il tetro pozzo del Groviglio, palesemente disarmato?
Impossibile sbagliare: questo è uno dei due saltini che precede il Birone... dobbiamo calarci... come?!?
Se non fosse un parto della mia mente ora starei inveendo contro santi e madonne, e amici e nemici, ma è sufficiente un sorso di Sagrantino, il fumo... del camino, ed ecco la corda da 30 metri portata per eventuali emergenze che si materializza nelle mie mani, si lega a una stalagmite, scende sinuosa, si fraziona in una clessidra di roccia che solo la mia fervida immaginazione può aver piazzato in un luogo tanto propizio (dove posso osservare con distaccata dignità la vecchia corda fissa, quella che avrei dovuto trovare sopra, oramai ridotta a un grigio, contorto, fragile relitto frantumato dal tempo...), nuovamente scende e mi accompagna con dolcezza alla base dei pozzetti.

Supero una scomoda galleria in decisa pendenza e soprattutto un passaggio "bastardotto", stretto e allagato quanto basta per costringermi a una serie di goffe evoluzioni, inutili fra l'altro perchè un braccio in acqua ci finisce lo stesso... Francesco ridacchia, poi finge di non aver notato la mia dabbenaggine... ora mi concentro e in questa mia avventura onirica lo faccio scivolare e finire con la testa nella stessa pozzangherona...

Non dobbiamo calarci nel pozzo Birone, ma attraversarlo brevemente a destra fidandoci di corda fissa e attacchi (e qui occorre appendersi...); ripenso un attimo alla sua "gemella", quella incontrata poco fa, abbandonata vicino alla clessidra, che pareva masticata da un pitbull, poi deglutisco, mugugno, guardo... il camino acceso, il mio cagnetto, il bicchiere vuoto, e vado.

Risaliamo blandamente la galleria dei Laghetti; oltrepassiamo alcune pozze, ignoriamo svariate deviazioni a destra e sinistra e ci arrestiamo davanti al pozzetto profondo qualche metro che ci sbarra la strada. Una corda in alto a sinistra permette di proseguire evitandolo; pochi passi e siamo in una sala deturpata da scritte e residui di bivacco.

Se fossimo davvero in questo luogo guarderei il rilievo tenendo nascosti al mio compagno i dubbi sulla via da seguire, per nulla evidente; cercherei particolari, spererei in un'intuizione, osserverei il laghetto qui di fronte, il bucanotto a destra che... cazzo, è proprio un pozzo, ma che razza di trappola... gli stretti e poco significativi anfratti a sinistra... ma questo è un sogno, per cui puntiamo decisamente la fessura fra le concrezioni aldilà dello specchio d'acqua che superiamo in contrapposizione.
Il piccolo ambiente successivo si allarga all'improvviso nell'imponente, bellissimo pozzo Terni... che è armato, con attacchi sicuri e corda in ottime condizioni.

Anche in questo caso non si scende direttamente, ma si affronta un traverso a sinistra che dopo una calatina e una breve "tirolese" permette di arrivare a un androne concrezionato; solo ora uso il discensore, per poco, fino ad atterrare nei pressi della frattura oltre la quale, un metro più in basso, mi fermo in riva ad un laghetto che promette complicazioni.

Nel rilievo il Terni appare come un grande pozzo cieco con molte finestre: quella in alto dalla quale siamo sbucati, questa che abbiamo utilizzato per uscire, altre in basso raggiunte da gallerie provenienti dal terrazzino che separa il pozzo Birone dal Perugia. Tante vie di fuga a varie altezze e probabilmente un tappo alla base... un giorno o l'altro verrò realmente quaggiù per soddisfare alcune curiosità.

Il lago non tradisce le aspettative e costringe a una serie di passaggi in contrapposizione piuttosto acrobatici: parte Francesco che poi mi indica come fare... allora serve a qualcosa nel mio viaggio immaginario!
Questa galleria è una lunga vasca dagli orli piuttosto alti: nei periodi in cui il livello dell'acqua si alza è probabile che non si possa evitare l'uso di un canotto, o di un tubo per innestarne lo svuotamento, come si fa per i sifoni che lo permettono... mi concentro e quasi lo vedo, arrotolato in un anfratto roccioso...

Ci aspetta ora qualcosa di indescrivibile, perchè non esistono parole adatte a raccontare simili sensazioni: l'ambiente cambia aspetto, le pareti si allontanano sfumandosi, nel buio le dimensioni si moltiplicano fino a diventare troppo grandi per essere apprezzate. Un traverso a sinistra, reso facile da una fune, ci conduce fino a quella che pare la cima di un picco detritico; qui ci accucciamo in silenzio ad osservare davanti a noi il nulla, l'assoluta oscurità della sala Margherita.

Occorrono almeno 5 minuti per abituare gli occhi al muro che inghiotte la debole luce emessa dai nostri impianti, e altrettanti perchè le umide tute che indossiamo smettano di emanare vapore; solo dopo un tale lasso di tempo mi pare di scorgere, lontana, una leggerissima sfumatura, qualcosa che infrange l'incredibile uniformità. Probabilmente è un rilievo, un'irregolarità nella parete che si eleva di fronte a me a una distanza che le permette di restare in gran parte misteriosa, invisibile.
Men che meno posso valutare l'altezza di questa eccezionale cavità ipogea perchè un nero affascinante, e soffocante, e inquietante, e inebriante, parte a venti metri da me e si espande senza limiti... è immobile eppure respira, vibra, è capace di dar vita a ognuna delle paure che si nascondono nella mia mente, ma anche di appagare ogni mio desiderio, di frantumare le mie sicurezze, ma pure di donarmi le energie necessarie per ottenerne di maggiori.

Decido di alzarmi in volo consapevole del fatto che solo un pipistrello coi suoi magici sensori può riuscire a comprendere il mondo sotterraneo quando questo si esprime con una simile grandiosità.
Percepisco elementi di disturbo là in basso, il metallo di inspiegabili passerelle, e il cemento, ma quassù, a 50, a 100 metri d'altezza non riescono a confondermi e neppure ad alterare il mio umore, forse mi rattristano un poco, sono in realtà avvilenti, ma bastano un paio di eleganti volteggi per cancellarne nel mio piccolo cervello la sgradevole impressione.
Vado a sinistra dove so che altri saloni mi offrono anfratti in cui neppure il più avventuroso e fastidioso degli uomini può pensare di arrivare; sono veloce, scendo di quota e individuo il passaggio che mi permette di entrare nella galleria dalle dimensioni più ridotte in fondo alla quale qualcuno ha riaperto l'antico pertugio tramite cui uscirò all'esterno.
Ignoro la corda che sale a sinistra consentendo goffe esplorazioni, là ci sono stato mille volte, più che altro per dormire, e so che nulla c'è d'interessante. Scelgo invece di piombare nel camino dove fortissima è la corrente d'aria perchè posso trovarvi da mangiare, una moltitudine di piccoli insetti attirati dall'illusoria sicurezza di una zona di confine, una terra di nessuno che invece è terra mia.
Non capisco il significato di tanto lavoro per liberare un buco che il destino aveva chiuso, ma approfitto delle opportunità che mi offre. Non capisco neppure questa scomoda scaletta verticale contro cui rischio di danneggiare i miei delicatissimi organi, e il gabbione fuori che complica il passaggio, ma io mi inclino ed evito i pioli, ed evito le sbarre... tanto lavoro per riaprire un buco e poter transitare, e tanto lavoro per poterlo sbarrare ed impedire il transito... strano animale l'uomo... forse è vero quel che raccontano, che si preoccupa del diritto alla vita di una cellula e se ne frega di quello di migliaia di bambini bombardati, e di milioni di bambini affamati e ammalati... forse è vero che è potente, presuntuoso, malvagio, ma fondamentalmente stupido, e inesorabilmente inutile...

Riapro gli occhi, il Sagrantino è finito e la brace nel camino al punto giusto per rosolare una bistecca; ripenso al sogno appena fatto, al pozzo Terni, alla sala Margherita... chissà se è veramente così grande, chissà se andando a sinistra si arriva proprio ad uno stretto camino e ad un ingresso scavato protetto da un gabbione tipo giardino zoologico, chissà se andando a destra invece si attraversano altri monumentali ambienti e si raggiunge la scala metallica che sale verso il vecchio ingresso, quello conosciuto e utilizzato da generazioni di speleologi, e chissà se anche questo è deturpato da un gabbione metallico capace di imprigionare un gorilla... chissà se il pipistrello è davvero così insensibile alle alterazioni causate dall'uomo al suo mondo sotterraneo, chissà se passa tranquillo fra le sbarre... peccato non poter verificare...

Note del curatore del sito:

- il testo riportato è stato rinvenuto in una bottiglia di Sagrantino di Montefalco arenatasi in data ignota su una spiaggia dell'isola Polvese, nel lago Trasimeno;

- non ci sono prove dell'esistenza di una grotta denominata di Monte Cucco, nè di quella di un Francesco che assomigli al personaggio descritto; non si conosce inoltre il nome reale dell'autore, probabilmente un mentecatto che per oscuri motivi voleva mettermi in cattiva luce utilizzando il mio;

- le fotografie pubblicate sono tutte rubate da altri siti, specie da quelli del GSSPRSDVC e del GBSRRASSPQ, o ottenute con abili fotomontaggi;

- è giunta voce che siano parecchie le bottiglie di Sagrantino in navigazione nel Trasimeno, per cui è possibile che presto compaiano altri capitoli di questa bizzarra storia.

Alcune foto sono di Francesco Ventimiglia, dello Speleo Club Forlì

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