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Articolo inserito in data 08/12/2008 17:31:00
Complesso del Corchia
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ANTRO DEL CORCHIA: rami dei Fiorentini - 6 luglio 2008

Antro del Corchia (Lucca): sesta puntata

Rami dei Fiorentini: pozzo della Fangaia - pozzo delle Pisoliti - forra Tuchulcha

06/07/2008

Sarebbe troppo lungo da spiegare, ma vi assicuro che c'era un motivo "serio" per decidere di partire da Forlì un sabato pomeriggio, arrivare dalla "Piera", cenare, poi andare verso l'Antro, fare una puntatina, la prima della nostra vita, ai rami dei Fiorentini, e uscire all'alba.

Così siamo partiti in tre, e direi che sono riuscito a convincerne un numero maggiore di quanto mi aspettassi: io, cioè la guida che laggiù mai era stata, Gabriele "Maio", che sarebbe un forte speleologo se ne avesse la voglia, o il tempo, e che sarebbe anche intelligente se frequentasse altri ambienti, o se avesse quell'organo tanto raro sotto terra, quello che i manuali di biologia chiamano cervello, e infine Filippo "Daitan", nuova leva, giovane, vigoroso, purtroppo cresciuto alla "disgraziata" corte di loschi personaggi che sono speleologi quanto io un astronauta russo...

... sono troppo severo... bah, giudicate in base alle chiacchiere da noi fatte cenando prima dell'ingresso, tenendo presente che Filippo frequenta da un anno, con entusiasmo, un gruppo che ha sede a poche ore d'auto dalle Apuane:

Filippo: "... ma al Corchia c'è l'acqua... insomma, c'è un torrente?"
Io: "Torrente? Diciamo che l'acqua c'è, tanta, e diversi sono i percorsi che..."
Filippo: "... quindi è una grotta tipo la Tanaccia?"

Nota per chi non conosce i Gessi Romagnoli: la Tanaccia è una grotta interessante con uno sviluppo percorribile di circa un chilometro, orizzontale, elementare, caratterizzata dalla presenza di un torrentello spesso in secca, utilizzata per corsi e accompagnamenti...

Io: "!?!"
Gabriele: "... il Corchia come la Tanaccia?!? Oh diomio... vabbè, pazienta ancora un'oretta, poi vedrai da solo..."

Comunque Filippo è sveglio, tanto che ha capito in fretta, sbiancando: a sera inoltrata, a pochi metri dal buco dei Pompieri, sentendo un suono profondo, cupo, un inquietante, continuo ululato, ha chiesto cosa fosse, e mentre rispondevo "il Corchia..." indicandogli dove dirigersi, si è affacciato all'ingresso... il vento potente proveniente dalla pancia del "mostro" gli ha spento la fiammella del casco, gelato il sudore sulla fronte, spiegato in un secondo la differenza fra le due grotte.

Avevamo solo un paio scopi: farci un'idea di cosa affronteremo in futuro quando decideremo di visitare seriamente quelle lontanissime, misteriose, affascinanti zone (per la storia dell'esplorazione, la bellezza, i segreti che inevitabilmente nascondono...) e passare con tranquillità le ore che ci separavano dall'alba.

Raggiunto il ramo del Fiume lo abbiamo percorso verso monte fino a trovarci davanti alla grande parete rocciosa che pare precludere ogni possibilità di proseguimento: è il pozzo della Fangaia, quello che introduce ai rami dei Fiorentini. Ero già stato un paio di volte in questo posto, e avevo visto scendere degli speleologi di Firenze, per cui sapevo della presenza di due corde, una proprio di fronte al punto in cui si arriva, e l'altra più a destra, vicino alla rumorosa cascata che precipita da 40 metri sopra.
Il salto è piuttosto bello e non conosco il motivo per cui abbia un nome così poco invitante (è colpa dei nostri Gessi melmosi: se noi chiamiamo "fangaia" un posto, è veramente una fogna...); in alto traversiamo a sinistra, quindi scendiamo uno scomodo gradino di qualche metro e curviamo a sinistra. Entriamo così in una grande galleria percorsa dal torrente che rasenta placide spiaggette e alimenta la cascata incontrata in precedenza.
Più avanti c'è una bella sala piuttosto umida a causa dell'insistente stillicidio... quasi una pioggia tropicale; notiamo due corde: una è praticamente al centro, da 9mm, con un inquietante nodo a 6/7 metri dal suolo che ne testimonia l'ottimo stato di conservazione, e sale nel vuoto, mentre l'altra è appoggiata alla parete lontana.

Opto per la seconda e clamorosamente toppo visto che va a infilarsi in un ramo secondario, fra l'altro ben evidenziato nel rilievo... se qualcuno volesse visitare questa diramazione, eviti di danneggiare i "fiorelloni" che caratterizzano gli attacchi della corda perchè potrebbe essere che sono proprio quelli a tenere su il tutto...

Scendo, dico alcune cose che non è il caso di ripetere qui, scorgo le due "bestie" che dopo uno spuntino dormicchiano riparati, raggiungo la seconda corda e salgo, superando così il pozzo delle Pisoliti.
Ancora una breve calata ed ecco la sorpresa: davanti a me il torrente sgorga da una splendida forra le cui pareti di marmo, irregolari, taglienti, luccicanti, paiono emanare i bagliori che invece riflettono. Si ha realmente l'impressione di essere di fronte a un ingresso, al varco che ci permetterà di entrare in un altro mondo, in un luogo magico, spettacolare... se dovessi dipingere in un quadro romantico l'inizio del sentiero verso il centro della terra, lo farei ispirandomi alle immagini che ho visto qui.

Camminiamo alla base del meandro che finisce per stringersi irrimediabilmente; l'acqua esce da una fessurina formando una pozza limpida e sopra di noi le pareti distano fra loro non più di 10/20 centrimetri... dobbiamo retrocedere e individuare un punto in cui sia facile la salita.
Lo troviamo subito, una rampetta concrezionata sotto la quale eravamo passati blaterando, e abbiamo la certezza di essere sulla strada giusta quando vediamo una corda che permette di salire ulteriormente. In alto l'armo fisso di un traverso ci indica di avanzare orizzontalmente.
Una breve calata, una salitella, poi ancora contrapposizione fino a quando finisce... la corda!

Sì, finisce la corda, ma non il traverso... ecco la forra di Tuchulcha, ecco il punto dove è necessario procedere slegati, a 10/20 metri d'altezza, in contrapposizione in una frattura larga fino a un metro.
L'espressione dei colleghi mi indica che siamo giunti al capolinea (fra l'altro sono trascorse varie ore da quando siamo entrati, a causa dell'esagerata tranquillità nel procedere, delle pause, di indecisioni ed errori); guardo il buio sotto di me, quello sopra, quello davanti... ma quanto è grande questo crepo!!
Cerco di capire, di memorizzare per un futuro tentativo, poi penso che psicologicamente sia meglio provarci ora, anche solo per qualche passo, per poter valutare la consistenza degli appigli, l'attrito degli scarponi sulla roccia, così stacco la longe e parto salendo obliquamente... dopo qualche metro mi accorgo che quella è la via giusta per accopparsi, perchè calano le maniglie, si inclinano troppo le pareti, ne aumenta la distanza, e la possibilità di scivolare, e la fifa...
Torno indietro, lascio il sacco e riprovo in orizzontale mirando un masso incastrato a qualche metro da me. Con sorpresa mi accorgo che ci sono più prese di quanto credessi: il trucco è non di pensare all'eventuale cedimento di un appiglio, allo starnuto che può farti perdere l'aderenza, alla pericolosità di una tale situazione priva di senso, e fidarsi delle proprie capacità... sperando di averle...
Incontro un breve spezzone di corda fissata in modo tale che risulta più rischioso sporgersi per agganciarsi che proseguire slegati... però poco oltre sarebbe impossibile procedere senza sicura, per cui l'utilizzo. Di nuovo mi stacco e avanzo arrampicando, perdendo quota leggermente fino a una marmittina in parete; il meandro curva a sinistra e riesco a vederne solo qualche metro, però è evidente che sono molto più vicino "a terra".
I due che mi aspettano indietro sono distanti, non posso comunicare con loro: ho percorso ad occhio 30 metri, forse qualcuno in più, e mi trovo a 4/5 metri da quella che sembra essere la base della spettacolare fratturona... direi che per oggi può bastare!

Ora so che la forra di Tuchulcha è affrontabile, superabile senza troppe difficoltà; vi consiglio però di andare in compagnia di qualcuno che ne conosca i "trucchi", che vi indichi l'altezza alla quale tenervi, perchè un eventuale errore in condizioni di questo tipo ha ottime possibilità di essere letale.

Alcune foto sono di Gabriele "Maio", dello Speleo Club Forlì

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