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Articolo inserito in data 14/08/2009 17:32:43
Libri: recensioni
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GRAZIA DELEDDA - "Cenere"

Grazia Deledda

"Cenere"

E' un interessante romanzo classico con un protagonista fra i meno simpatici e piacevoli della letteratura, perché schiavo di pregiudizi e fissazioni, incapace perciò di riconoscere i sacrifici altrui e la propria fortuna conseguente, tanto da vanificare i primi e sperperare la seconda. Lo stile è datato, ma notevole la caratterizzazione del personaggio che risulta essere molto più realistico e attuale di quanto possa superficialmente apparire. 

Olì è una ragazza madre, poverissima, cacciata dal padre. L'amante, Anania Atonzu, è sposato, non cattivo, ma ingenuo, irresponsabile, e la lascia a Fonni, uno sperduto paese di montagna, a casa di zia Grathia, vedova di un brigante. Il figlio della giovane, Anania, è il protagonista del romanzo e fino a quando resta con lei nel borgo ai piedi del Gennargentu trascorre anni in miseria, ma spensierati, in compagnia di persone umili e semplici come Zuanne, l'ultimogenito della vedova.
Poi Olì lo porta a Nuoro e lo abbandona di fronte all'abitazione dell'uomo che l'aveva ingannata, il padre naturale. Questi pare respingere il fanciullo spaventato e disperato, ma in realtà presto lo accetta, e molto di più fa zia Tatana, sua moglie, dolce, gentile, paziente, che lo riceve come un dono di Dio, lo considera e tratta come se fosse figlio suo.
La vita del giovane Anania cambia perché la famiglia che lo ha accolto è relativamente agiata essendo Anania padre un mugnaio, mezzadro, persona di fiducia del signor Carboni, un ricco possidente.
Il protagonista frequenta la scuola e cresce sano, bello, circondato, viziato dall'affetto di zia Tatana, dall'ammirazione dei vicini spesso abbruttiti dalla povertà e dal destino con loro non benevolo, protetto dal generoso padrone che gli pagherà gli studi a Cagliari e a Roma, e amato teneramente da Margherita Carboni, sua figlia e unica erede.
Una fissazione tuttavia gli avvelena l'animo: la volontà, costi quel che costi, di ritrovare la madre, di redimerla, di minare il suo promettente futuro pur di accudirla, di averla con sé, ma non per amore, solo per un frainteso senso dell'onore che assomiglia molto a spirito di vendetta, immaginando infatti di gravarla del peso della colpa, della vergogna, delle rinunce che lui a quel punto sarebbe costretto a fare per lei, e costringendola così a pagare per la propria sofferenza interiore della quale ai suoi occhi è la madre stessa la sola responsabile... neppure lo sfiora l'idea che la sfortunata donna possa essersi sacrificata per offrirgli un'occasione, possa essersene andata, lasciandolo, per evitare che il triste destino a cui si sentiva condannata coinvolgesse anche lui.
Vive l'abbandono come un'onta, in certi momenti si augura di venire a conoscenza della morte di Olì, in altri fantastica di un proprio suicidio, piuttosto improbabile visto la sua mancanza di carattere, la sua viltà. Ha tutto dalla sua parte, ma quel pensiero continuo, quei pregiudizi ne influenzano i modi, ne bloccano l'evoluzione: pur compiendo il proprio dovere di studente, pur amando zia Tatana e Margherita, più volte si dimostra infantile, presuntuoso, anche sprezzante, arrogante, nettamente il personaggio meno dignitoso fra i tanti del romanzo, meno di ognuno dei pittoreschi frequentatori del mulino, schiavi di debolezze, di povertà, di malattie, vizi, di un mondo arcaico che non concede opportunità, di un destino che li ha voluti e mantenuti tali, al contrario di quanto ha fatto col protagonista, troppo ottuso però per rendersene conto.
Finirà per...
...ritroverà la madre... ma lei, creatura triste e sventurata, disperata, lei sì capace di sacrificarsi...

...

     
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