"Everest" - Walt Unsworth

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Alcuni giorni fa in un mercatino del libro usato a Pontremoli (MS) ho inaspettatamente trovato e acquistato "Everest" di Walt Unsworth, in ottime condizioni e a un prezzo più che conveniente; è curioso il fatto che pochi minuti prima, in una bancarella nei pressi, avessi speso una cifra doppia per comprare un bel pezzo di blu di capra invecchiato in terra, tanto saporito quanto puzzolente... d'altronde non è obbligatorio avere solo interessi affini!
Tornando al libro, si tratta di un saggio pubblicato nel 1981 (la mia è l'edizione italiana, del 1991), un vero e proprio classico della letteratura di montagna, una delle prime opere complete sull'Everest che ancora oggi, grazie alla ricchezza e all'attendibilità delle informazioni, alla descrizione dettagliata delle spedizioni, rappresenta una fonte di riferimento storica per studiosi e appassionati.

Dalla prefazione: "Questa è la storia dei tentativi dell'uomo per raggiungere la vetta di una montagna davvero speciale. Ogni alpinista potrà confermare che dal punto di vista tecnico l'Everest non è la montagna più difficile del mondo e, sicuramente, non la più bella. E', tuttavia, la più alta, ed è questo che la rende così speciale e la distingue da tutte le altre montagne. Per questo, la sua storia è molto più che l'elenco delle audaci imprese di uomini coraggiosi. L'Everest ha il potere di far affiorare i lati migliori e quelli più oscuri della natura umana; un aspetto che le narrazioni precedenti spesso non hanno messo in luce."

E' un volume di dimensioni importanti, grande quanto un mattone, e serviranno molte ore per leggere le centinaia di pagine che lo compongono, per osservare con attenzione le decine di fotografie in bianco/nero e a colori che lo impreziosiscono, ma credo che risulterà soddisfacente impiegarle così anche perché già provo piacere solo a sfogliarlo, a pensare che dovrò trovargli un posto adeguato nella mia libreria.

I CAPITOLI

Introduzione - Dea Madre del mondo
L'autore descrive dettagliatamente le caratteristiche morfologiche della montagna, si sofferma sulle pareti, sulle creste soprattutto e sulle vie di avvicinamento lungo valli e ghiacciai, riportando testimonianze e impressioni di esploratori e alpinisti.

1. Vette e lama
Sono elencati e descritti, sulla base anche di considerazioni e missive dei protagonisti, i tentativi di organizzazione della prima spedizione di carattere cartografico, scientifico e alpinistico verso l'Everest, compiuti nel periodo compreso tra gli ultimi anni dell'Ottocento e la fine della Prima Guerra Mondiale, tutti falliti per problemi burocratici e politici (era delicato l'equilibrio fra Tibet, India, Russia, Cina e Regno Unito, e quasi insormontabile la restrizione all'accesso degli stranieri imposta dal Nepal). Solo nel 1920 il Dalai Lama concesse a una spedizione il permesso di attraversare il territorio tibetano per dirigersi verso la montagna.

2. "Stiamo per uscire dai limiti delle carte"
Finalmente è possibile organizzare la prima spedizione verso l'Everest, articolata in due fasi: nel 1921 sarebbe partita dal Sikkim una squadra di topografi e alpinisti con l'obiettivo di fare una ricognizione approfondita della montagna, di individuare una via di salita praticabile e, se il tempo a disposizione l'avesse consentito, di spingersi più in alto possibile; l'anno successivo, invece, tutte le energie sarebbero state dedicate al tentativo di conquista della vetta lungo il percorso individuato. L'autore descrive dettagliatamente l'esplorazione del primo anno, si sofferma sulle operazioni effettuate, sulle difficoltà logistiche, geografiche e meteorologiche riscontrate, sui risultati ottenuti e sulla personalità di organizzatori e partecipanti, fra i quali spicca il celebre alpinista George Mallory.

3. "Soltanto degli incapaci userebbero l'ossigeno"
Il 1922 è l'anno della seconda fase della spedizione verso l'Everest, quella che, secondo le aspettative degli organizzatori, avrebbe dovuto portare alla conquista della cima. Viene allestito un campo sul colle Nord e gli alpinisti Mallory, Norton e Somervell - mentre Morshead, sfinito, rinuncia subito dopo la partenza - attaccano la cresta nord: raggiungono quasi 8200 metri di quota, ma la vetta è ancora lontanissima, così come l'intersezione con la cresta nord-est, troppo oltre le loro possibilità. E' solo un caso se il drammatico rientro non si trasforma in una tragedia: comincia ad apparire evidente che la scarsa conoscenza delle problematiche reali di un'ascensione a quelle quote, assieme all'inadeguatezza di attrezzatura e abbigliamento, possa rappresentare un'ostacolo insuperabile. Come nei capitoli precedenti, il valore aggiunto è dato dalle preziose testimonianze dirette riportate.
Nella mia edizione, al termine di questo capitolo sono pubblicate le prime 18 foto, tutte estremamente suggestive, fra le quali una particolarmente drammatica: quella che illustra gli effetti del congelamento sulle mani di un portatore.

4. "Calpesteremo la vetta con il vento sui denti"
Durante la discesa, la squadra di Mallory incrocia Finch e Geoffrey Bruce che stanno salendo al colle Nord per testare gli apparecchi per l'erogazione di ossigeno modificati dallo stesso Finch. I risultati sono eccellenti e, qualche giorno dopo, i due, supportati da altri componenti della spedizione, tentano l'ascensione.
Nonostante siano alpinisti meno forti ed esperti e una bufera li costringa a un debilitante bivacco di 2 giorni a 7800 metri di quota, con l'ausilio dell'ossigeno riescono a salire a oltre gli 8300 metri prima di essere costretti al rientro.
Il tentativo successivo, condotto da una squadra guidata da Mallory in condizioni meteorologiche non più favorevole, viene vanificato dalla tragedia che conclude la spedizione: sotto al colle Nord una valanga uccide 7 sherpa.
Nella seconda parte del capitolo, l'autore descrive la preparazione della successiva spedizione, che si svolgerà nel 1924. Vengono selezionati i componenti e, dopo la partenza, viene definita la strategia, stabilendo il numero di campi intermedi da allestire e gli alpinisti destinati ai primi due tentativi: Somervell e Norton sarebbero partiti dal campo VII, mentre Mallory e Irvine, con l'ausilio dell'ossigeno supplementare, dal campo VI; più in alto si sarebbero riuniti per proseguire assieme verso la cima.
Il maltempo violento e persistente sconvolge però i piani, creando notevoli difficoltà. Alcuni portatori si ammalano gravemente, uno di loro e un gurkha muoiono.

5. "Il cenotafio più bello del mondo"
Il tempo migliora, ma un primo tentativo verso la vetta portato da Mallory e Bruce fallisce a causa del fortissimo vento ad alta quota. Successivamente Norton, capo-spedizione, e Somervell riescono a installare il campo VI a 8170 metri, dormono e il mattino successivo, con bel tempo stabile, portano il secondo attacco: in alto lasciano la cresta e con un traverso arrivano a quota 8573 metri al di là del great Couloir della parete nord, ma le cattive condizioni e la difficoltà del versante, il ritardo e la stanchezza, la cecità temporanea da oftalmia nivale di Norton e la violentissima laringite di Somervell, costringono i due forti alpinisti a una ritirata che solo per caso non si trasforma in tragedia.
Il capitolo prosegue con la descrizione del drammatico e celebre tentativo di Mallory e Irvine, affrontando anche con testimonianze alcuni enigmi: perché Mallory ha voluto con sé il giovane Irvine invece del ben più forte, esperto e acclimatato Odell? Fin dove sono arrivati i due alpinisti dispersi e come sono morti?
L'ultimo a scorgerli fu Odell mentre saliva al campo VI per fornire eventuale assistenza alla squadra di punta: durante un'improvvisa schiarita li vide in un punto non identificabile con precisione della cresta mentre procedevano spediti verso l'alto, ma in fortissimo ritardo.
Rassegnati alla morte dei compagni Mallory e Irvine, ormai demoralizzati e privi di energie, consapevoli dell'imminente arrivo del monsone, i restanti membri della spedizione rinunciano a ulteriori tentativi.

6. La questione dei lama danzanti
Vengono presentati fra gli altri un paio personaggi destinati ad avere un ruolo decisivo nella lunga interruzione delle spedizioni verso l’Everest: John Noel e il maggiore Frederick Bailey.
Il primo era un uomo straordinario, pieno di energia, di idee originali e spesso irrealizzabili. Incaricato di realizzare fotografie e film durante le spedizioni del 1922 e del 1924, era benvoluto da tutti i partecipanti per la simpatia e la disponibilità. Tuttavia, fu anche - ingenuamente e senza cattive intenzioni - all’origine di un grave incidente diplomatico: organizzò infatti in modo maldestro, dal punto di vista burocratico, una tournée in Gran Bretagna di alcuni lama danzanti tibetani.
Il maggiore Bailey, invece, era l’abile e influente Political Officer del Sikkim, "direttamente responsabile delle relazioni con il Tibet" e molto vicino alle autorità. Per ragioni sconosciute era determinato a ostacolare con ogni mezzo nuove missioni esplorative o alpinistiche nella regione, ma se ne ebbe la percezione solo alla fine del 1924. La situazione imbarazzante causata dalla superficialità di Noel gli offrì così il pretesto ideale per bloccare per anni perfino la semplice richiesta dei permessi necessari.

7. "Ancora una giornata orribile"
... è il capitolo che sto leggendo ora!

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